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Occulto

  • olkasliterarymagaz
  • Jun 19
  • 16 min read

«Possa la luce guidare il tuo cammino nel buio, ma non temere l’oscurità, abbracciala, dopo la lunga e travagliata veglia della vita tutti noi dobbiamo crogiolarci nel sonno eterno, e le tenebre ti accoglieranno e culleranno come ha fatto il sole. Non c’è buio senza luce, non c’è vita senza morte.» Llinos chiuse gli occhi di un soldato caduto.

Rolia, paladino dell’Ovest, fissava l’alba all’orizzonte, le prime luci dorate giocavano con il sangue vermiglio degli uomini morti. Le creature occulte avevano attaccato col favore delle tenebre, come sempre facevano. Il cavaliere girò con la punta della lama il corpo di un contadino, il ventre squartato da artigli disumani.

«Non possiamo esserceli fatti scappare, non ancora.» Hefina, paladina del Nord, fiancheggiò l’amico. «Pensi che la vista di Llinos possa cominciare a fallire?»

«Sono cieco mia cara, cosa ti aspetti da uno che non vede? Nuri, mia cara, mi aiuteresti a rivolgermi ai miei così cordiali colleghi?» Il bisonte dell’Est cercò con gli occhi ciechi la sua allieva.

Hefina sbuffò e cercò supporto negli occhi celesti di Rolia, fissi sul sole nascente.

«Sono creature occulte, sono difficili da individuare per definizione. Anche se Llinos ha una predisposizione a individuare l’oscurità presente negli animi di tutte le creature non può essere perfetto.» Vidal, il grifone del Sud, intravide un nano uscire dal fango, un’ascia stretta nella mano destra, puntata verso il suo pupillo Akenei. Calò l’alabarda un attimo prima che la creatura colpisse il ragazzo. Gli aprì la schiena, ma il nano non crollò, guardò il ragazzo con occhi rossi di rabbia. «Lei arriverà, lei vi ucciderà tutti.» Il nano nel ridere sputò sangue.

«Lei? La donna occulta era qui?» Vidal conficcò un poco di più la lama nella schiena della creatura tarchiata, affinché il dolore lo tenesse in vita.

«Lei c’è sempre paladini, da quando la prima notte è calata nell’epoca che non ha più un nome, e voi esistete da quando il sole è sorto la prima volta. Vincere o morire, per l’universo non ha importanza, ma la vostra morte porterà sollievo a molte persone.» Il nano incontrò gli occhi scuri del giovane Akenei. «Sai ragazzo, il tuo maestro ha distrutto innumerevoli villaggi nanici sulle montagne, sterminando bambini e donne.»

Un colpo leggero del martello da guerra di Rolia e la testa del nano volò nel bosco accanto. Akenei non ebbe i riflessi pronti e fu inondato dall’esplosione di sangue.

Aryon scosse dalle spalle l’amico e si rivolse al proprio maestro. «Signore, il nano poteva essere ancora interrogato, potevamo scoprire se Lui era qui.»

«Diffida, Aryon, delle parole dure dei nani. Diffida di quelle rozze degli orchi, di quelle viscide dei goblin, di quelle carezzevoli degli elfi.» Il paladino dell’Ovest volse gli occhi celesti a Namea, allieva di Hefina, accasciata contro un masso, preda dei conati di vomito. Aryon, assicuratosi della stabilità di Akenei, si recò dalla ragazza.

«È tutto finito.» La strinse a sé la cullò, ma Namea non riusciva a staccare gli occhi grigi dai corpi squartati degli elfi, dal verdastro sangue appiccicato ai lunghi capelli color oro. «Voglio andare via.» Sussurrò a Aryon, che la strinse ancora più forte.

Trombe risuonarono fra gli alberi. Un corteo sgargiante si fece largo nella piccola radura fumante, fra le case a pezzi e il fango. Almeno dieci vessilli del re garrivano lucenti, il sole bianco su campo nero. Un palafreno immacolato trottò nel fango. Il volto del suo cavaliere celato da una maschera di ferro intagliata. Un nuovo viso era inciso nel metallo: baffi e pizzetto di fili dorati, gli zigomi alti, il naso perfettamente triangolare e le labbra sottili. Le sopracciglia in oro rosso era aggrottate, conferendo al re un’espressione perennemente contrariata. La schiena piegata in avanti.


Tutti i presenti si inginocchiarono, Aryon sorresse Namea, ancora squassata dai tremiti. Rolia, alto quanto quel cavallo, scrutò nei fori degli occhi del cavaliere ingobbito. «Mio re, siamo lontani dalle vostre terre, e tremendamente vicini a quelle delle creature occulte, perché è qui?»

La testa si mosse appena verso il guerriero, la corona di diamanti bianchi ondeggiò pericolante, pesava sul collo ed era troppo larga, ultimo testimone di quel re che doveva essere stato. «Rolia, capitano dei miei paladini, quali nuove mi porti?»

Il soldato incrociò le braccia al petto irremovibile.

«Insomma Unicorno dell’Ovest, il tuo re non è così vecchio, certo, ho visto tre generazioni di paladini perire contro quella strega, ma la luce deve sconfiggere le tenebre, e così farà.» Llinos strinse il braccio della sua pupilla per non inveire contro la bestemmia del re.

«Allora, li avete ammazzati tutti questi stronzi?» Il re scese giù da cavallo prima che i suoi aiutanti potessero assisterlo. L’armatura bianca con un sole dorato sembrava emettere luce propria riflettendo il sole nascente.

«Va bene che deve stare sotto la luce, nemico giurato degli occulti, ma così è orrendamente pacchiano.» Nuri sussurrò al maestro. Llinos le concesse un sorriso.

«Siamo arrivati giusto in tempo per intercettare la loro fuga, ma il villaggio era già...» Cominciò Aryon.

«Certo certo, ma li avete uccisi tutti?» Il re alzò maldestramente lo stivale e con tutta la forza che può avere un uomo che ha passato i cento anni di vita lo schiantò sulla testa candida di un elfo.

Namea tremò fra le braccia di Aryon.

«E il cavaliere nero? Lo avete scovato?» Continuò il re, incurante del sangue elfico appiccicato alla suola.

Il silenzio prese i guerrieri. Llinos sentì l’ultima vertebra tremargli. Vedeva il la luce e le tenebre presenti nell’animo dei suoi compagni, e ne delineava così le forme, con gli occhi ciechi trovò corpo di un contadino, in cui, come in ogni uomo, albergavano luce e oscurità, ma intravide tre grumi oscuri. Lo indicò a Nuri che ribaltò il cadavere e trovò tre fori nella pancia dell’uomo. Akenei le fu affianco un secondo dopo. Infilò le dita nelle ferite ancora bagnate di sangue e ne estrasse una sfera di ferro nero. «Il ferro-fuoco.» Ringhiò il ragazzo del Sud.

«Lui era qui.» Namea combatté contro il senso di vuoto nello stomaco.

«Vi siete fatti scappare il cavaliere nero?» Il re barcollò fra i suoi cavalieri più fidati. «Andate a cercarlo, non deve essere troppo distante.»

Con un fischio Vidal fece spiccare il volo al suo grifone, una creatura col corpo di leone bianco, la testa d’aquila reale e le ali piumate grandi come case. La creatura chiara sorvolò la foresta da cui era arrivato il re. «Se c’è qualcuno Kio lo troverà.»

Akenei si avvicinò alla sua cavalcatura, un falco pellegrino gigante, delle dimensioni di un lupo. Poggiò la fronte sul becco e le sussurrò qualcosa.

«Vedi di non scopartelo Akenei.» Grugnì Nuri.

«È una femmina, e si chiama Kia.» Si limitò a ripetere lui.

«Allieva, sei forse un’orchessa?» La riprese Llinos.


«Non si preoccupi maestro Llinos, posso capire che dall’Est da cui veniate tutte le donne siano piumate lì sotto e stridano invece di parlare.»

Vidal s’interpose fra il suo allievo e Nuri, era la seconda ascia che intercettava quel giorno. Rolia alzò un braccio in direzione dell’alba.

Hefina intravide due ali scure sparire nella luce del giorno. «Sta scappando contro luce!»

«Non se lo fermiamo.» Akenei strappò la lancia dal terreno e saltò su Kia.

Vidal allungò il braccio per fermare l’allievo. «Non sei pronto.»

«Il falco pellegrino è l’animale più veloce in natura, se parto ora è possiamo ucciderlo.»

«Il cavaliere nero torna sempre.» Vidal rivide i numerosi scontri con quell’occulto nemico, armato di ferro sputafuoco.

«Se lo spedisco nelle profondità del mare forse ci metterà così tanto a tornare che faremo in tempo a uccidere la signora occulta.»

«Andrò io.» fece per prendere le redini di Kia ma fu intercettato dal re. «Richiama il tuo grifone paladino, da al giovane una possibilità di brillare.»

Il protettore del Sud ebbe il tempo di sentire il battito d’ali fermare quello del suo cuore che Akenei aveva già oltrepassato le nuvole. «Dov’è Kio quando serve.» Il paladino del Sud fischiò, il richiamo della sua creatura rimase sospeso sulla nebbia del mattino. «Maledetta bestiaccia.» Calciò l’elmo di un nano giù dalla scogliera.

«Il tuo allievo forse è il più preparato fra tutti.»

«È troppo giovane, sarà anche un ragazzo prodigio, ma quello è il cavaliere nero, dicono che sia immortale, io stesso ne uccisi uno, solo per vederlo tornare la settimana dopo.»

«E avevi circa l’età del tuo giovane pupillo se non ricordo male.» La voce del vecchio re suonava ancora energica. «Il tuo maestro ne andò molto fiero, eri l’orgoglio delle isole di smeraldo.»

«Akenei non ha mai combattuto davvero.»

«Vidal,» La voce di Llinos carica di comprensione. «Sei sicuro che sia Akenei quello che non è pronto?» Il cavaliere cieco ammorbidì il commento con un sorriso.

«Vidal.» La voce di Rolia tagliò l’aria. «Abbi fiducia.» Si sedette sull’orlo della scogliera.


L’aria gli accarezzava i capelli, Kia fece un avvitamento che gli schiacciò i polmoni e furono sopra le nuvole. Rise alle ultime stelle. Allungò una mano ad accarezzare le nuvole e tornò alle distese d’acqua cristallina delle isole del Sud. Quando sentì il calore del giorno che nasceva guardò giù. Un puntino lontano fendeva l’aria. «È veloce.» Strinse le penne di Kia e tirò verso l’alto.

Il falco sterzò verso le stelle. Akenei pensò che avrebbe potuto portarne una alla madre, collezionava perle, e gli raccontava sempre che i loro antenati, grandi esploratori, una volta ascesi in cielo disegnavano le vie con le perle più lucenti, affinché le loro famiglie potessero navigare anche di notte. Kia spalancò le ali.

«Ma noi siamo più veloci.» Akenei si appiattì contro la schiena di Kia, la lancia stretta nella mano destra. Il falco strinse le ali al corpo e si trasformò in una freccia. Forò le nuvole.

Gli artigli del falco graffiarono l’ala del pipistrello gigante. Aprì le ali e arrestò la picchiata sul pelo dell’acqua, ma la cavalcatura occulta stava perdendo quota. E sangue.

Akenei ordinò un secondo assalto. Allungò la lancia, ma il cavaliere nero, un essere di media altezza, le cui fattezze erano celate da un lungo mantello color notte e una maschera ferrea priva di decorazioni, estrasse una lama sottile e flessibile su cui fece scivolare la cuspide della lancia. Estrasse la bocca di drago, ma Kia era rapida come il fulmine.

Il pipistrello si fermò in aria, l’ala sinistra sbatteva il doppio della destra per compensare le ferite, il cavaliere nero scrutava il cielo.

Il secondo affondo trovò la schiena dell’avversario, ma un’armatura sottile deviò ancora una volta l’arma. Kia scomparve nuovamente.

“È viscido come un pesce”. Pensò Anakei. Gli abitanti del Sud vivevano di pesca, e per prendere un pesce... «Non devi puntare a lui, ma a dove sarà.» Ghignò al ricordo delle ore passate con suo padre a pescare. “Hai ucciso uno squalo tigre con questa lancia Akenei, quanto potrà essere diverso?”

Kia comparve davanti al pipistrello gigante. «Sono qui maiale con le ali.» Akenei si sbracciò.

L’avversario estrasse la sputafuoco. Scaricò tre sfere, che Kia evitò tutte. Si tastò il mantello alla ricerca di qualcosa e caricò. Akenei lasciò Kia cadere, appena vide il cavaliere inclinarsi l’arrestò per scagliare la lancia. Il grido fu sovrastato dal ruggito delle fiamme.


Kio era appena tornato dalla sua pattuglia con la coda di un procione che sbucava dal becco.

Vidal le strattonò le redini e saltò giù dalla scogliera. Aveva appena visto Akenei forare le nuvole e impattare l’avversario, e subito dopo tornare alla carica. Vidal sapeva che il suo pupillo aveva ragione, quella poteva essere la loro unica vera possibilità di seppellire per sempre quel temibile avversario. Però Akenei si sbagliava su una cosa: l’animale più veloce non era il falco.

Kio correva sull’aria mentre le colossali ali si gonfiavano di vento. Tre colpi raggiunsero le sue orecchie. Conficcò i talloni nel ventre felino e Kio schizzò sul pelo dell’acqua.

Un quarto colpo gli arrestò il cuore. Urlò di rabbia nel vedere Kia precipitare senza controllo. Il grifone graffiò l’aria e afferrò con l’artiglio il giovane.

Akenei fu tirato su come se non pesasse niente. Una lacrima gli rigò la guancia.

Un battito d’ali leggero fece voltare Kio. Il pipistrello li stava puntando. La lancia conficcata nel ventre. Il cavaliere nero stringeva una seconda sputafuoco. «Così non arriverà da nessuna parte, lasciamolo qui a morire.» Vidal fece scartare il grifone.

«Ma maestro, è la nostra occasione di ucciderlo per sempre.»

«È troppo distante dalla terra ferma, il tempo lo prenderà.»

Il pipistrello stridette, urlò, il suono era quello della morte, ma continuava l’inseguimento, instancabile.

«Si avvicinano.» Akenei sbiancò. «Finiamoli maestro!»

Vidal fece prendere quota a Kio. Un colpo staccò piume dall’ala della creatura.

Akenei divenne silenzioso. Un secondo colpo partì, ma non raggiunse il grifone. Vidal fece in tempo a vedere l’allievo lanciarsi giù dalla schiena dell’animale e intercettare la sfera di metallo-fuoco. Fece arrestare Kio e lo lanciò in picchiata. Akenei si aggrappò al cavaliere nero, disarcionandolo. Il mare risucchiò entrambi.


Un’ombra fra le tenebre della notte scaricò le casse sul molo galleggiante. L’oscurità si estingueva a oriente. Attraversai la banchina battuta dal vento fino a raggiungere la creatura incappucciata. «Hai quelle sfere di fuoco portatili?»

L’essere si tolse il cappuccio rivelando due orecchie a punta. «Non è magia, anche noi elfi centenari ci dimentichiamo di quanto voi primati senza peli siate ciechi di fronte a qualcosa che non volete vedere.»

«Buongiorno anche a te Long. Cosa mi porti dalle oscure lande occulte?» Mimai la voce gracchiante del re.

L’elfo sospirò disgustato, ma la luna morente strappò dalle tenebre un sorriso. «Cosa vi dicono di noi i vostri governatori?»

Invidiavo la voce monotona degli elfi, capace di velare i loro pensieri, mi sarebbe tornata utile nei miei... commerci. «Avete distrutto un villaggio sulla costa est, confinante con le vostre terre.» Aprii una cassa e frugai fra la merce di contrabbando dell’elfo.

«Abbiamo poco tempo.» Guardò oltre le mura del porto, come se potesse vedere oltre la pietra.

«La città si sveglierà con l’alba, all’inizio della gara, ci saranno tutti i paladini.» Trovai una di quelle sfere sputa fumo e me la intascai. Notai una linguetta che terminava con un anello. «Quindi l’apprendista del grifone è morto davvero.» La voce dell’elfo piatta come il mare alle sue spalle.

«Tu sai come?» Tali informazioni non erano trapelate, ai nobili della capitale delle isole del Sud era bastato sapere che il ragazzo andasse sostituito, per poi proporre i propri rampolli.

«Dicono sia caduto in mare.» Long scaricò, da solo, una cassa grossa come una bara.

«Un abitante delle isole che muore in mare?» Ogni ragazzo veniva buttato in acqua prima che imparasse a camminare. «Che idiota.»

«Tu vedi di non morire avvicinandoti a quelle aquile.» Long fece scivolare fuori dal mantello tre fiale contenenti un liquido viola.

«Gli elisir degli elfi sono i migliori.» Rigirai fra le dita la pozione che avrebbe donato energie fuori dal normale all’aquila da lui scelta. La gara di aquile giganti non era solo la tradizione con cui veniva scelto il paladino del sud e il suo apprendista, ma anche il circolo di scommesse più ampio delle isole. Sapeva che non sarebbe stato l’unico a favorire il suo candidato.

«Sono droghe sintetiche, non è magia! Si ottengono facendo bollire una pianta e...» L’elfo vide gli occhi dell’umano guizzare nel liquido. «Voi scimmie parlanti vivete troppo poco per comprendere il mondo che vi circonda. L’importante è che tu mi porti i soldi. Voglio tre quarti del piatto delle scommesse.»

«Io dico che ti basterà un terzo.»

«E perché mai?» Long mi concesse un sorriso, ma gli occhi sottili pattugliavano ogni mio respiro.

«Perché prima di domandarmi come facessi a sapere della presenza di un elfo in territorio reale, la gendarmeria avrebbe già reciso la tua testolina candida. E io sarei già lontano con tutti i soldi.»

Long tastò una tasca del mantello, mentre io già stringevo le dita sulla mia spada uncinata. Alla fine, per il bene di entrambi, si rilassò. «Un terzo andrà bene.» L’elfo si caricò sulle spalle le due casse più piccole e le scaricò sulla barca. «Guiderai tu l’aquila?»

Il vento mi ghermì i capelli, sentii i polmoni sgonfiarsi mentre rivedevo la mai ultima aquila perdere quota verso il mare. Forse non era una morte così stupida quella del giovane paladino. «Non sono così stupido da rischiare la vita nelle corse, è già tanto se vengo qui in città per truffare i ricconi.»

L’elfo fece senso di accenno col capo e allontanò con una spinta dello stivale la chiatta dal molo. «Un ultima cosa Nakahi.» La nebbia cominciava ad inghiottirlo. «Per attivare il fumogeno devi tirare l’anello!» Un secondo più tardi e l’elfo era sparito sulle onde, unico segno del suo passaggio quella cassa dalle dimensioni di un uomo. Una sensazione metafisica mi disse di aprirla, il mio corpo si mosse come attratto da magia. Il sole bruciò le mie retine e indietreggiai. I preparativi della gara dovevano essere finiti, e dovevo incontrare il mio favorito.


I primi raggi del sole illuminavano la grande rete posta sul pelo dell’acqua, sorretta da quattro pali. Le aquile avrebbero sarebbero partite dal centro della città, gareggiato fra le vie sinuose della città portuale e chi ne sarebbe uscita avrebbe dovuto puntare il cielo. L’ultima aquila a scendere sarebbe stata la vincitrice. Nonostante l’enorme rete da pesca, il cui compito era attutire la caduta, ogni volta ci cascava il morto. Fra i vagabondi avevano cominciato a chiamare la gara “alba rossa”. Serpeggiai fra le carrozze rifinite d’oro, i palafreni candidi, allontanandomi sempre di più dal mare. L’odore di liquami animali e umani soffocò la brezza marina, calandomi nel mio compito. Nella via principale, un viale di pietra bianca fiancheggiata da palme più alte delle case e le statue dei grandi eroi del passato. Le strida dei gabbiani furono ben presto superate da quelle dei mercanti. Osservai con gioia ragazzini di undici anni allungare sacchetti di monete a poliziotti e mercanti, o sottarli. Io avevo imparato tardi, a quindici anni non riuscivo ancora a disarmare un gendarme, ma ora, dall’alto dei miei diciassette anni, di cui sei passati per le strade, avevo il mio pugnale ricurvo. Raggiunsi le tende dei partecipanti, una moneta all’uomo giusto e fui dentro, la gara sarebbe finita prima che potesse accorgersi che il conio era falso. Le tende colorate ricordavano una barriera corallina, i colori sgargianti delle casate nobiliari rendevano ancora più malandate le capanne improvvisate dei concorrenti indipendenti, stupidi coraggiosi, fiduciosi che la purezza del loro animo li avrebbe avvantaggiati. Fra le tende sgargianti e gli stracci cuciti dimoravano una decina di tende grigie, piccoli stemmi segnalavano i locatari, nobili troppo poveri per permettersi alloggi privati, ma troppo nobili per costruirselo da sé. Individuai lo squalo martello in campo azzurro ed entrai. Un falco pescatore grosso come un cavallo dimenava le ali bianche e nere, alzando polvere e mulinando piume. Un uomo sconosciuto gli accarezzava il collo, sussurrandogli parole sfuggenti. Appoggiai una spalla allo stipite dell’ingresso ignorando le domande proposte dal cervello, cercando di sparire nell’ombra.

«È un esemplare magnifico, non trovi?» L’uomo era girato di spalle, i lunghi capelli mori raccolti in un codino, la sommessa come la risacca.

«Le aquile raggiungono più velocemente le altezze più alte, i falchi non sono i favoriti, ma un buon pilota sa distaccare i rapaci migliori nelle strade spigolose.» Erano le parole degli scommettitori, ma avevo sempre notato i falchi uscire vincitori nella prima parte della gara, dove la tecnica e la capacità di sterzata erano fondamentali. Solo per venire umiliati durante la scalata al cielo.

L’uomo si voltò, due sottili baffi incorniciarono un sorriso stanco ma incuriosito. «Sei un pilota?»

«Non proprio, no.»

L’uomo non sollevò la questione e ebbi la sfortuna di essergli sembrato simpatico. «L’ultimo ragazzo ad aver vinto aveva un falco pellegrino. Più piccolo e gracile delle possenti aquile.»Cercò i miei occhi castani e li inchiodò con i suoi. L’anima è come il mare: sconfinata, bellissima e mortale, e le onde riportano a riva ricordi che speravi di aver perduto in alto mare.

«Ma è il doppio artigli più agile, maestro nello schivare colpi.» Era la prima gara in cui avevo drogato un’aquila, ormai due anni prima.

«È il doppio più agile.» L’uomo annuì ma fu come se una piovra gli avesse sfiorato il piede con un viscido e molliccio tentacolo.

«Lei gareggia?» Azzardai. «Ormai staranno cominciando a chiamare i partecipanti.» Doveva andarsene, e in fretta.

«O no, io sono... uno spettatore.» Tornò ad accarezzare la creatura. «Sai, in un tempo lontano, molto prima che l’attuale re unisse i quattro regni sotto la sua luce, quando ci univano con nani ed elfi, orchi e goblin, ninfe e centauri, nelle nostre isole veneravamo le aquile come nostre divinità.» La fredda tranquillità con cui parlò mi fece rizzare i peli. «E poi?» Pregai la luce delle che, una volta finito la sua storiella, se ne andasse.

«Poi abbiamo scoperto che anche loro sanguinano.» Strappò una piuma, la rigirò fra le dita guantate e uscì, lasciandomi col pollo addobbato ad aquila. Consegnai due delle tre pozioni al mio uomo e uscii senza dire una parola.


«Che la luce del sole nascente, vincitore delle oscurità della notte, guidi gli animi più puri verso il cielo, sua casa, che solo il più puro fra i nostri partecipanti giunga lì dove la luce possa accarezzarlo.»

Striscia fra la folla senza meta, la pomposa descrizione del governatore andò a unirsi alle mistiche parole dell’uomo. Pazzi. Erano tutti dei pazzi nella capitale. Ossessionati a tal punto dal non apparire arretrati rispetto agli altri regni e alla capitale, lontana centinaia di leghe, da vestire abiti di lana in isole tropicali. Sgargianti ventagli rigorosamente bianchi occultavano i visi pieni delle nobildonne, e il sole non era ancora sorto per intero. Senza volerlo mi ritrovai sugli spalti tremolanti della strada principale, all’estremità opposta delle tende, punto migliore dove osservare i primi metri della gara, dove vedere i cavalieri splendere nelle loro armature prima che, al primo angolo buio, si lanciassero uno contro l’altro come animali. Se la gara in sé non risultava un problema i nostri antenati avevano deciso che armare di bastoni e lance da torneo per disarcionarsi era proprio una bella idea. Strinsi la terza fialetta nella tasca dei pantaloni, pensando a quanto l’avrei potuta vendere. C’erano dei tali che avevano in mente di attaccare il palazzo del governatore... L’aria mi colpì. Lo stomaco si contorse su sé stesso, annodandosi. Sentii le profondità delle mie interiora, in punto terribilmente vicino alla vescica, pulsare. Qualcosa si stava avvicinando. Con l’arrivo dei paladini, servi della luce, qualche millennio prima, forse quando avevamo smesso di divinizzare le aquile, dilagò l’idea che ogni cosa avesse in sé il bianco e il nero, e che l’amicizia, l’invidia, l’odio, la pietà, non fossero altro che la manifestazione della somiglianza degli animi, avevo sentito Long perorare su come anche l’amore non fosse altro che l’incontro di due animi simili fra loro, ma ascoltare uno che non credeva nella magia, parlare di quella che altro non poteva essere se non magia, non mi era mai sembrato producente. Chi mai poteva essere così simile a me? Ero davvero così semplice da poter essere emulato? Sondai le teste scure degli abitanti delle isole, qualche figura incappucciata andava e veniva, ma solo una era fissa sulle aquile schierate, pronte a partire. Staccai il sudore dalla fronte e, assicuratomi di avere ancora monete e pugnale, mi avvicinai allo spettatore occulto. Sentivo la bomba di fumo fremere. Essere l’unico con il cappuccio sovvertiva il compito di quello: mimetizzarsi fra la folla. «Ha piazzato qualche scommessa?» Resi profonda la voce nel tentativo di celare le gambe tremanti. Invidiai nuovamente gli elfi.

Lo spettatore sistemò nel cappuccio una ciocca color sale con le dita affusolate. «Ha mai pensato cosa accadrebbe se i candidati morissero tutti?»

Quando non erano gli strambi a trovarmi ero a io a scovare loro. In un febbrile attimo di lucidità mi chiesi cosa ci facessi lì, perché mi fossi avvicinato, perché non le avessi ancora rubato il sacchetto di monete. «Ci sono molti giovani.» Deglutii tutta l’acqua del porto.

«Abili.»

«Me lo auguro.» La risata soffice come il canto di una colomba.

Per frenare le mani staccai dalla cintura di una ragazza vicino a me un tronchetto di legno intagliato a volatile, la pelle color cuoio della mia vittima suggeriva che provenisse dall’est.

Al mio tocco soffice come le piume di pulcino la ragazza cominciò a sudare copiosamente.

L’incappucciato si girò, due occhi cremisi erano incorniciate da lunghe ciocche bianche. Una perfetta goccia di sudore le rigò la fronte candida. «Sei pieno di segreti eh?»

Il conto alla rovescia si unì ai battiti del mio cuore. Le trombe mi squillarono nelle orecchie.

«Ehi tu, mi hai rubato il totem!» La ragazza dell’est mi prese dalla spalla. L’urlo, la risata della donna dagli occhi color sangue, lo squillo della tromba, il sangue pompato nelle orecchie, le strida delle aquile mi fecero perdere il controllo del mio corpo. Barcollai fino alla ringhiera degli spalti, volevo sparire, scappare. Misi un piede sulle assi di legno e mi lanciai mentre passavano i falchi.


Alessio Ceretoli



BIOGRAFIA DELL'AUTORE / ABOUT THE AUTHOR:

Alessio Ceretoli è uno studente di liceo classico, da sempre appassionato di mitologia e di fantasy. Oltre a scrivere, recita, e gioca giochi di ruolo come Dungeons and Dragons, e si tiene aggiornato sulla cultura pop di libri, fumetti e serie TV.

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Alessio Ceretoli is a secondary school student specializing in classical studies, who has always been passionate about mythology and fantasy. In addition to writing, he acts, plays role-playing games like Dungeons and Dragons, and loves staying up to date on pop culture, books, comics, and TV series.



 
 
 

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